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RISORGIMENTO ED UNITA’ D’ITALIA

L’unificazione fece un ulteriore passo in avanti con la Terza Guerra d’Indipendenza contro l’Austria-Ungheria, scoppiata in seguito alla partecipazione dell’Italia alla Guerra austro-prussiana del

866. La Terza Guerra d’Indipendenza portò all’annessione del Veneto e del Friuli. Dopo questa data rimanevano ancora fuori dal Regno il Lazio, il Trentino (senza l’Alto Adige) e la Venezia Giulia, la cui annessione era necessaria per completare il processo di unificazione.

 Dalla presa di Roma al riscatto delle terre irredente

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Presa di Roma, Italia irredenta e Prima guerra mondiale.
  Papa Pio IX

Seppure alla proclamazione del Regno d’Italia fosse stata indicata Roma come capitale morale del nuovo stato, la città rimaneva la sede dello Stato Pontificio. Alcune terre papali (la Romagna) erano già state annesse con i plebisciti seguiti alla Seconda Guerra d’Indipendenza; altre (Marche ed Umbria) erano state perse dal papa in seguito alla Battaglia di Castelfidardo, ma lo Stato della Chiesa, ridotto al solo Lazio, rimaneva sotto la protezione delle truppe francesi che continueranno a difenderlo dai due tentativi falliti di Garibaldi (giornata dell’Aspromonte e battaglia di Mentana), con la connivenza del governo italiano di Urbano Rattazzi. Solo dopo la sconfitta e cattura di Napoleone III a Sedan nella guerra franco-prussiana, le truppe italiane con Bersaglieri e Carabinieri in testa, il 20 settembre

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Questione romana e Clericalismo.

Dopo il plebiscito del 2 ottobre 870 che sancì l’annessione di Roma al Regno d’Italia, nel giugno del 1871 la capitale d’Italia, già trasferita – in ottemperanza alla Convenzione di settembre (1864) – da Torino a Firenze, divenne definitivamente Roma.

La Chiesa romana di Papa Pio IX, che si considerava prigioniero del nuovo stato italiano, reagì scomunicando Vittorio Emanuele II, ritenendo inoltre non opportuno (non expedit), e poi esplicitamente proibendo che i cattolici partecipassero attivamente alla vita politica italiana, da cui si autoesclusero per circa mezzo secolo con gravi conseguenze per la futura storia d’Italia.

Il Trentino-Alto Adige, la Venezia Giulia, l’Istria, la città di Zara (costituita come exclave italiana sulla costa dalmata), l’isola di Lagosta e l’arcipelago di Pelagosa entreranno a far parte del Regno d’Italia con la vittoria nella Prima guerra mondiale (19151918), dagli irredentisti italiani sentita come la Quarta guerra d’indipendenza. La città quarnerina di Fiume, dopo molte vicende (vedi Reggenza Italiana del Carnaro), fu unita all’Italia nel 1924.

Interpretazioni storiografiche

L’assenza delle masse contadine al movimento unitario risorgimentale

Un filone di critica storiografica, elaborando le analisi che fece Antonio Gramsci nei suoi quaderni del carcere[11], che partì dalle considerazioni del meridionalista Gaetano Salvemini sulla non soluzione della questione contadina legata alla non soluzione della questione meridionale[12], ha sottolineato una interpretazione che sostiene come nel Risorgimento italiano fosse stata assai limitata la partecipazione della masse popolari, soprattutto contadine, agli eventi che hanno caratterizzato l’unità nazionale italiana e come il Risorgimento possa essere considerato come una rivoluzione mancata.

«Quanto alla partecipazione contadina delle masse subalterne alle vicende della unificazione essa continuò ad essere assai modesta».[13]

Lo storico Franco della Peruta in Democrazia e socialismo nel Risorgimento (Editori Riuniti, Roma 1973) constata come di fatto il problema dell’assenza delle masse contadine al movimento risorgimentale si poneva sin dall’indomani dei moti del ‘48 alla coscienza degli stessi contemporanei di quegli avvenimenti.
Fin dal 1849, contrariamente a quanto sosteneva Mazzini che cioè la questione sociale dovesse essere risolta solo dopo aver affrontato il problema dell’unità nazionale, un mazziniano, rimasto anonimo, scriveva sulla mazziniana “Italia del popolo”: «la politica di classe adottata dal governo provvisorio milanese […] causò la sopravvenuta freddezza dei contadini di Lombardia verso la guerra nazionale».
Lo stesso Carlo Pisacane nel 1851 ne “La guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49″ nell’Appendice ribadiva l’idea della necessità di una vasta partecipazione contadina al progetto unitario e che si dovesse «far comprendere ai contadini che è loro interesse cambiare la vanga col fucile» ma questo non sarebbe mai avvevuto poiché, come disse Ferrari, «non vale parlare di Repubblica se il popolo sovrano muore di fame».
Così Carlo Cattaneo scriveva: «Si può rimproverare agli amici della libertà […] di non aver chiamato il popolo dei sobborghi e delle campagne alla pratica delle armi».

Le cinque giornate di Milano (18 – 22 marzo 1848)Exquisite-kfind.png

Per approfondire, vedi la voce Cinque giornate di Milano.

 

La rivoluzione europea del 1848

Uno degli avvenimenti che vengono abitualmente indicati da una parte della storiografia come un esempio della partecipazione popolare al fenomeno risorgimentale è quello della rivolta milanese del 1848. Non si può negare che in effetti i cittadini milanesi combatterono in massa gli austriaci innalzando il vessillo tricolore ed addirittura, quando già Carlo Alberto aveva firmato la resa con gli austriaci e si disponeva ad abbandonare Milano, avevano incendiato le loro case vicine alle mura per difendere meglio la città dal ritorno delle truppe di Radetzky.[14] Un esempio questo di grande dedizione patriottica alla causa nazionale. C’è però da considerare che si trattava dei patrioti cittadini milanesi e non del “popolo” dei contadini che viveva nella campagna milanese, al di fuori della città. Ci furono sì episodi di partecipazione contadina alla lotta antiaustriaca ma su costrizioni operate dai parroci e dai proprietari terrieri: ma quanto queste manifestazioni “patriottiche” fossero così poco autonome e coscienti lo si vide quando, ritiratisi i piemontesi al di là del Ticino si alzò nelle campagne il grido di “Abbasso i signori, abbasso i cittadini, viva Radetzky“.[15] Vanno inoltre ricordate le Dieci Giornate di Brescia, dove gli insorti resistettero contro gli austriaci cinque giorni in più rispetto alla città di Milano.

E del resto perché mai i contadini avrebbero voluto cacciare gli austriaci quando proprio il governo di Vienna li aveva sempre favoriti con una buona amministrazione e con sgravi fiscali?[16] Gli austriaci infatti avevano compreso che i loro nemici erano i borghesi liberali italiani che volevano svincolarsi della loro oppressiva tutela e formare quel mercato unitario italiano che sottintendeva i proclamati ideali patriottici:[17] proprio per questi motivi il governo austriaco si accattivava i favori delle masse contadine, giungendo al punto di minacciare contro i liberali latifondisti una riforma agraria a vantaggio dei contadini.[18]

Il contrasto città-campagna

L’indifferenza dei contadini se non l’ostilità nei confronti di tutto ciò che riguardava la città e i “signori” risaliva come sosteneva Antonio Gramsci[19] ed in epoca più recente gli storici Emilio Sereni[20] e Giorgio Candeloro al periodo della formazione dei Comuni italiani quando dopo aver attirato i contadini in città (“l’aria delle città rende liberi“) affrancandoli ed usandoli come operai per le manifatture sottoposero la campagna alla città con un regime vincolistico dei prezzi dei prodotti agricoli.[21]

Quando si dovranno schierare i contadini lo faranno il più delle volte con i nemici della città che li opprime e sfrutta.

Il nuovo corso del Risorgimento

La prima guerra di indipendenza, la guerra della concordia nazionale che sembrava realizzare il progetto neoguelfo era cosa molto diversa per gli stessi soldati contadini piemontesi che dovevano combatterla. Vincenzo Gioberti e Angelo Brofferio sentirono perciò la necessità di motivarli al valore risorgimentale della guerra ma “le mille imprecazioni dei nostri soldati li fecero desistere dalla loro impresa. [Brofferio] si fece accompagnare in vettura da tre ufficiali per paura che per strada lo ammazzassero. A Gioberti toccò la stessa sorte e un soldato fini per tirargli addosso un torsolo di cavolo“.[22] Il fallimento nel ‘49 del programma moderato e di quello democratico con la caduta delle repubbliche mazziniane di Roma e Firenze fece perdere gran parte del suo sentimento romantico e popolare al nostro Risorgimento. L’iniziativa passò nelle mani della monarchia sabauda e del conte di Cavour. L’Italia si sarebbe fatta non per virtù di popolo, poco più di un’astrazione nel pensiero mazziniano, ma con la diplomazia, con l’aiuto militare della Francia, con le poco gloriose annessioni.

La partecipazione effettiva delle masse subalterne al processo unitario continuò ad essere assai modesta. I moderati che avevano visto sventolare le bandiere rosse sulle barricate del ‘48 e i democratici che ricordavano l’esito infausto della spedizione di Pisacane si accomunavano: “Da destra e da sinistra, mille sospetti e diverse ragioni di diffidenza si addensano contro le masse lontane ed estranee dei subalterni. Che cosa cela il loro silenzio? A che cosa può portare l’attivazione? Non val meglio lasciarle alla loro inerzia secolare?“.[23]

  «  …Eppure intorno al ‘60 ci furono nel meridione italiano diverse rivolte plebee ma esse non erano che insurrezioni di cafoni[24] analfabeti che sognavano la loro rivoluzione: la spartizione delle terre non l’unità d’Italia che per loro era un evento privo di senso… (cfr. M. Isnenghi op.cit) »
   
 

La spedizione dei Mille

 

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce spedizione dei Mille.
  « L’Unità d’Italia è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali. »
 
(Giustino Fortunato, 2 settembre 1899, lettera a Pasquale Villari)
 

La spedizione dei Mille fu la grande occasione: trasformare il Risorgimento da un movimento d’élite a un grande movimento popolare[25]; occasione in vero persa da quei giovani che pure con entusiasmo “avevano lasciato i loro studi, i loro agi… per venire in questa lontana isola…a ritrovarvi i ricordi del passato greco e romano… ma niente comprendevano, né cercavano di capire, della realtà di questi, come subito li chiamarono “arabi.[26]

In effetti Garibaldi aveva promesso, dopo aver assunto la guida dell’isola per ordine di Vittorio Emanuele II, di abolire le tasse che gravavano sull’isola quali la tassa sul macinato[27] e del dazio d’entrata sui cereali, l’abolizione degli affitti e dei canoni per le terre demaniali e di voler procedere ad una riforma del latifondo. Queste promesse non attirarono, almeno inizialmente, un numero consistente di siciliani, ma il primo scontro, la battaglia di Calatafimi, ebbe comunque esito positivo per i Mille contro le più numerose e meglio addestrate truppe borboniche.[28]

Da questo momento inizia la guerra separata dei contadini ancora condotta in nome di Garibaldi e della libertà. Invadono i demani comunali, i feudi dei baroni latifondisti, bruciano gli archivi dove sono custoditi i titoli del loro servaggio. Ma “I movimenti di insurrezione dei contadini contro i baroni furono spietatamente schiacciati e fu creata la Guardia Nazionale anticontadina; è tipica la spedizione repressiva di Nino Bixio, il braccio destro del Generale, nella regione del catanese dove le insurrezioni furono più violente” (A. Gramsci, “Il Risorgimento”, Torino 1966).[29]

Eppure i piemontesi sono venuti per portare ai loro fratelli siciliani “libertà e scuole” dice il giovane garibaldino G.C. Abba al frate Carmelo. Ma ribatte il frate questo forse andrà bene ai piemontesi perché “la libertà non è pane, e la scuola nemmeno“. I “picciotti” vorrebbero, dice padre Carmelo, “Una guerra non contro i Borboni, ma degli oppressi contro gli oppressori, grandi e piccoli, che non sono solo a Corte, ma in ogni città, in ogni villa… allora verrei [con voi]. Se io fossi Garibaldi, non mi troverei a quest’ora quasi ancora con voi soli.” (G.C. Abba, “Da Quarto al Volturno. Notarelle di uno dei Mille”, Bologna 1952.)

Sospetto di colonizzazione

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Revisionismo sul Risorgimento.
Varie fonti storiografiche vedono nel processo di unificazione progettato dal governo sabaudo un pretesto di colonizzazione per fini economici del Regno delle Due Sicilie, attaccato militarmente, con l’appoggio indiretto del primo ministro britannico Palmerston, senza aver emesso una dichiarazione di guerra.[30][31]
A quel tempo l’economia del Regno di Sardegna attraversava un periodo di recessione dovuta alle fallite guerre espansionistiche fino a quel momento sostenute e alla crisi della produzione del grano abbattutasi sull’intera penisola nel 1853. Fu in questa occasione che lo stesso Cavour ricevette pesanti accuse di avere esportato quantitativi di frumento per interessi personali anziché distribuire gli scarsi raccolti al popolo piemontese.[32]

Francesco Nitti nella sua opera Nord e Sud sostiene che il regno duosiciliano possedeva un patrimonio di 443 milioni di lire oro (il più alto tra tutti gli stati preunitari) mentre il Regno di Sardegna amministrato da Cavour ne aveva solo 27 milioni.[33] Lo stato borbonico vantava anche diversi primati tra cui la costruzione della prima ferrovia nella penisola, della prima illuminazione a gas e del primo telegrafo elettrico.

Nel 1859 la Sicilia aveva un bilancio commerciale attivo di 35 milioni, mentre il Piemonte non arrivava a 7 milioni,[34] sebbene l’economia sabauda fosse più dinamica e moderna rispetto a quella prevalentemente latifondista del mezzogiorno.[35]

Dall’iniziativa di Cavour, anche il governo inglese avrebbe cercato di trarre profitto, interessato com’era ad impossessarsi interamente delle miniere di zolfo siciliano, di proprietà del Regno borbonico dal 1816 e gestite in regime di monopolio dagli stessi inglesi.[36]

I rapporti economici infatti tra Borboni e inglesi avevano cominciato a deteriorarsi fin dal 1838, quando Ferdinando II, non reputò più conveniente il rapporto commerciale con gli inglesi che acquistavano lo zolfo a costi bassi per poi rivenderlo a prezzi molto alti. Il re, avendo eliminato la tassa sul macinato,[36] per compensare le mancate entrate nelle casse del regno decise quindi di affidare la gestione delle miniere di zolfo ad una ditta francese, la Taix Aycard di Marsiglia, che offrì il doppio della cifra rispetto agli inglesi.[36] Tutto ciò provocò una dura opposizione della Gran Bretagna che minacciò addirittura il sequestro delle navi siciliane.[37]

Per questi motivi di natura economica nel 1856, quattro anni prima della Spedizione dei Mille, Cavour e il conte di Clarendon, ministro degli esteri inglese, avrebbero avuto contatti per organizzare rivolte antiborboniche nelle Due Sicilie.[38]

Sempre in questo periodo, Cavour si sarebbe servito della stampa a fini di manipolazione mediatica, corrompendo l’agenzia Stefani ed altre testate giornalistiche. Il primo ministro sabaudo avrebbe imposto propagande antiborboniche per accattivarsi le simpatie del popolo meridionale. A sostegno di questo avvenimento vi è la testimonianza di una lettera che Cavour indirizzò a Guglielmo Stefani, proprietario dell’omonima agenzia, ove viene scritto: «La ringrazio dell’offerta dei suoi utili servizi, dei quali sappia che io tengo conto e memoria».[39]

Sempre secondo Nitti, al termine del processo di unificazione, il patrimonio dell’ormai caduto regno duosiciliano costituì una solida base per il rilancio economico delle regioni settentrionali in maggiori difficoltà come Lombardia, Piemonte e Liguria.[40]

Particolarmente duro fu poi il trattamento riservato ai circa 20000 militari al servizio del sovrano borbonico e del papa che erano stati fatti prigionieri: questi furono deportati nel forte di Fenestrelle, dove la gran parte di loro morì per la fame, gli stenti e le malattie.[41]

Il grande assente

  « …se le plebi parteciparono poco al Risorgimento, ebbero parte assai, e dolente e coraggiosa, nel pagarne i debiti »
 
Garebbalde tradetore

Ca amm’a fa de Garebbalde
ca iè mbame e tradetòre?
Nu velìme u rè Berbòne
ca respètte la religgione

Sènghe na vosce abbasce
Frangische se ne va
Règne de Nàbbule statte secure
ca dope n’anne av’a ternà.

(Che ne facciamo di Garibaldi
Che è infame e traditore
Noi vogliamo il re Borbone
che rispetta la religione

Sento una voce in basso
Francesco se ne va
Regno di Napoli stai sicuro
che dopo un anno deve tornare)

 

settembre 1863, un bersagliere mostra il cadavere del “brigante” Nicola Napolitano dopo la fucilazione.

 

Mappa dell’Italia nel 000

Mappa dell’Italia nel 1494

Mappa dell’Italia nel 796

Mappa dell’Italia nel 1810

Mappa dell’Italia nel 1859

Mappa dell’Italia nel 1860

Mappa del Regno d’Italia nel 861

Il Regno d’Italia nel

866 

Mappa del Regno d’Italia nel 870

Mappa del Regno d’Italia nel 1919

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