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RISORGIMENTO ED UNITA’ D’ITALIA PRESENTATA UNA MOZIONE

Il 2011 è un anno importante per la ricorrenza del 150° anniversario della unità d’Italia. Promuoviamo una giornata di studi o iniziative per le scuole per non far passare nel nulla una ricorenza che sa tanto di unità ed identità.

 Escursus storico

Il problema della datazione

La datazione convenzionale sui limiti cronologici del Risorgimento risente evidentemente dell’interpretazione storiografica riguardo a tale periodo e perciò non esiste accordo fra gli storici sulla sua determinazione temporale, formale ed ideale.

Esiste inoltre un collegamento tra un “Risorgimento letterario” e uno politico per il quale si scrisse di Risorgimento italiano in senso esclusivamente culturale fin dalla fine del XVIII secolo.

La prima estensione dell’ideale letterario a fatto politico e sociale della rinascita dell’Italia si ebbe con Vittorio Alfieri (17491803), non a caso definito da Walter Maturi il «primo intellettuale uomo libero del Risorgimento»,[1] vero e proprio storico dell’età risorgimentale, che diede inizio a quel filone letterario e politico risorgimentale che si sviluppò nei primi decenni del XIX secolo. La datazione più accreditata è quella 18151870, anche se i pareri sono difformi. Come fenomeno politico il Risorgimento viene invece compreso da taluni storici fra il proclama di Rimini (1815) e la presa di Roma da parte dell’esercito italiano (1870), da altri, fra i primi moti costituzionali del 18201821 e la proclamazione del Regno d’Italia (1861) e/o il termine della terza guerra d’indipendenza (1866), da altri ancora, in senso lato, fra l’età riformista (seconda metà del XVIII secolo)[2] e/o napoleonica (17961815)[3] e il riscatto delle terre irredente dell’Italia nord-orientale (Trentino e Venezia Giulia) a seguito della prima guerra mondiale.[4] Anche la Resistenza italiana (19431945) è stata talvolta ricollegata idealmente al Risorgimento.

Premesse

Il Risorgimento italiano trae origine idealmente da diverse tradizioni storiche. In epoca romana l’Italia, unita politicamente, fu privilegiata da Augusto e dai suoi successori che costruirono una fitta rete stradale e abbellirono le città dotandole di numerose strutture pubbliche (evergetismo augusteo).

Tuttavia, il carattere imperiale delle conquiste effettuate da Roma e dai socii italici, finirono per snaturare il carattere nazionale che la penisola stava acquisendo sul finire del I secolo a.C.

L’Italia fu la parte più privilegiata dell’impero: tutti i suoi abitanti liberi venivano considerati cittadini romani, venendo esentati della tassa diretta, eccetto la nuova tassa sulle eredità creata per finanziare i bisogni militari (pensione dei veterani).

In seguito l’unità non venne meno col regno degli Ostrogoti, che fu la prima di tante occasioni mancate nel Medioevo per affermare anche in Italia il processo di formazione di una coscienza nazionale come in altri paesi europei, ma si ruppe, dopo l’intervento diretto dell’imperatore d’Oriente Giustiniano I e alla susseguente guerra gotica (535-553), cui fece seguito l’invasione longobarda e la conseguente spartizione della penisola.

I Longobardi tendevano a rimanere separati e considerarsi superiori sotto il profilo politico e militare alle popolazioni italiche, che un tempo avevano conquistato il mondo sotto le aquile romane, ma con gli anni finirono sempre più per fondersi con la componente latina, e tentarono anch’essi, sull’esempio romano e ostrogoto, di unificare la penisola e dare una base nazionale al loro regno. Anche tale tentativo venne frustrato dall’intervento dei Franchi, richiamati da papa Adriano I per proteggere i possedimenti temporali della Chiesa.

Prima dell’invasione franca infatti, il Regnum Langobardorum si identificava con la massima parte dell’Italia peninsulare e continentale e gli stessi re longobardi, dal VII secolo, non si consideravano più solo re dei longobardi, ma dei due popoli (longobardi e italici di lingua latina) posti sotto la propria sovranità nei territori non bizantini e dell’Italia tutta (Dei rex totius Italiae). I vincitori si erano pertanto gradualmente romanizzati, abbracciando la cultura dei vinti grazie anche all’accettazione del latino come unica lingua scritta dello Stato e come strumento di comunicazione privilegiato a livello giuridico e amministrativo. I Franchi, che, come si è già accennato, si sostituirono ai Longobardi (seconda metà dell’VIII secolo), tentarono di ricostituire, con Carlo Magno l’Impero, che prese corpo definitivamente un secolo e mezzo più tardi, con un sovrano germanico, Ottone I di Sassonia. Il Regno d’Italia era legato a questo grande organismo statuale da vincoli di vassallaggio, dai quali vanamente cercò di sottrarsi. Il più celebre fra tali tentativi di affrancamento è sicuramente quello di Arduino d’Ivrea, personaggio considerato, a ragione o a torto, antesignano dei patrioti risorgimentali ottocenteschi. Costui, attorno all’anno 1000, condusse, sostenuto dalla nobiltà laica del nord Italia, alcune campagne militari per liberare l’Italia dalla tutela germanica.

Con la formazione dei comuni e delle signorie, la comune appartenenza nazionale sembrò venir meno, sopraffatta dagli interessi locali in un’Italia divisa in stati, spesso in lotta fra di loro. In realtà fu proprio in questo periodo in cui si formò, secondo taluni, l’Italia come nazione, «…forse…la più precoce delle nazioni europee…[5]», e in cui, secondo alcuni storici, si produsse ad opera di Federico II di Svevia il primo serio tentativo di unificazione peninsulare[6]. Tale tentativo, secondo altre correnti storiografiche, fu invece espressione della volontà di una politica espansionistica di assoggettamento ad opera del sovrano italo-tedesco, tesa a favorire l’instaurarsi di signorie ghibelline a lui amiche, sottraendo l’Italia dall’influenza papale e sottomettendola all’impero germanico.

In quegli stessi secoli la grandezza passata era ancora viva nei poeti e nei letterati, che cantarono lodi all’Italia e si rammaricarono della sua situazione. Il sentimento di comune appartenenza nazionale sembrò maturare presso gli intellettuali del tempo in concomitanza con la formazione di una lingua nazionale italiana, primo ideale elemento di una coscienza collettiva di popolo.[7]. Anche grazie a tali letterati e intellettuali, fra cui emersero le figure universali di Dante, Petrarca e Boccaccio, che ebbero scambi culturali senza tener conto dei confini regionali e locali, la lingua italiana dotta si sviluppò rapidamente, riuscendo a mantenersi, evolversi e diffondersi nei secoli successivi anche nelle più difficili temperie politiche, pur rimanendo per molti secoli patrimonio di una classe colta elitaria.

Già in Machiavelli e Guicciardini si dibatteva nel XVI secolo, il problema della perdita dell’indipendenza politica dell’Italia, convertitasi prima in un campo di battaglia fra Francia e Spagna e poi caduta sotto la dominazione di quest’ultima. Pur con programmi diversi, il primo fautore di uno stato accentrato, l’altro di uno federale, concordavano che tutto era avvenuto a causa dell’individualismo e della mancanza di senso dello stato tipica delle varie popolazioni italiane.

Tuttavia non fu che con l’arrivo delle truppe napoleoniche nella penisola che si cominciò a diffondere presso strati sempre più ampi di popolazione un sentimento nazionale italiano, fino ad allora percepito da una ristretta cerchia di intellettuali, aristocratici e borghesi illuminati.[8] Il primo accenno che dava testimonianza di una iniziale presa di coscienza popolare si può rintracciare nel Proclama di Rimini, anche se rimasto del tutto inascoltato,[9] in cui Gioacchino Murat, il 30 marzo 1815, durante la guerra austro-napoletana, rivolse un interessato appello a tutti gli italiani affinché si unissero per salvare il regno posto sotto la sua sovranità, unico garante della loro indipendenza nazionale contro un occupante straniero.

Le idee e gli uomini

Vittorio Emanuele II

Camillo Benso conte di Cavour

Le idee liberali, le speranze suscitate dall’Illuminismo e i valori della Rivoluzione francese furono portate in Italia da Napoleone sulla punta delle baionette dell’Armée d’Italie. Rovesciati gli stati preesistenti, i francesi, deludendo le speranze dei patrioti “giacobini” italiani, si erano stabilmente insediati nella Pianura Padana, creando repubbliche su modello francese (Repubblica Cispadana), rivoluzionando la vita del tempo, portando sì idee nuove, ma facendone anche ricadere il costo sulla economia locale. Era nato così un crogiolo di aspettative e di ideali, alcuni incompatibili tra loro: vi erano in campo quelli romantico-nazionalisti, repubblicani, socialisti o anticlericali, liberali, i monarchici filo Savoia o papalini, laici e clericali, vi era l’ambizione espansionista di Casa Savoia tendente a raggiungere l’unità della Pianura Padana, vi era il bisogno di liberarsi dal dominio austriaco nel Regno del Lombardo-Veneto, unitamente al generale desiderio di migliorare la situazione socio-economica approfittando delle opportunità offerte dalla rivoluzione tecnico-industriale, superando al contempo la frammentazione della penisola laddove sussistevano stati in parte liberali, che spinsero i vari rivoluzionari della penisola a elaborare e a sviluppare un’idea di patria più ampia e ad auspicare la nascita di uno stato nazionale analogamente a quanto avvenuto in altre realtà europee come Francia, Spagna e Gran Bretagna.

Le personalità di spicco in questo processo furono molte tra cui: Giuseppe Mazzini, figura eminente del movimento liberale repubblicano italiano ed europeo; Giuseppe Garibaldi, repubblicano e di simpatie socialiste, per molti un eroico ed efficace combattente per la libertà in Europa ed in Sud America; Camillo Benso conte di Cavour, statista in grado di muoversi sulla scena europea per ottenere sostegni, anche finanziari, all’espansione del Regno di Sardegna; Vittorio Emanuele II di Savoia, abile a concretizzare il contesto favorevole con la costituzione del Regno d’Italia.

Vi furono gli unitaristi repubblicani e federalisti radicali contrari alla monarchia come Nicolò Tommaseo e Carlo Cattaneo; vi furono cattolici come Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini che auspicavano una confederazione di stati italiani sotto la presidenza del Papa o della stessa dinastia sabauda; vi furono docenti ed economisti come Giacinto Albini e Pietro Lacava, divulgatori di ideali mazziniani soprattutto nel meridione.

Le rivoluzioni

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Moti del 1820-1821 e Ciro Menotti.

Giuseppe Mazzini

Giuseppe Garibaldi

Dopo il Congresso di Vienna, l’influenza francese nella vita politica italiana lasciò i suoi segni attraverso la circolazione delle idee e la diffusione di gazzette letterarie; fiorirono infatti salotti borghesi che, sotto il pretesto letterario, crearono veri e propri club di tipo anglosassone, che si prestarono a coprire società segrete; in tale quadro gli esuli italiani, come Antonio Panizzi, s’impegnavano a stabilire contatti con le potenze straniere interessate a risolvere il problema italiano.

In tale panorama patriottico rivoluzionario, una delle prime associazioni segrete fu quella dei Carbonari. Nel 1814 questa società segreta organizzò dei moti rivoluzionari a Napoli, che culminarono con la presa della città nel 1820, poi persa ad opera dell’Austria, intervenuta con la Santa Alleanza – una sorta di polizia internazionale tra Austria, Prussia e Russia – per tutelare i propri interessi egemonici in nome dei principi dell’ordine internazionale e dell’equilibrio. Occorre però dire che il primo reale moto carbonaro avrebbe dovuto effettuarsi a Macerata, nello stato pontificio, nella notte tra il 24 e il 25 giugno 1817. Ma la polizia, informata dei preparativi, soffocò l’azione sul nascere. I moti costituenti degli anni 1820-1821, pur avendo tutti come finalità la progressiva liberalizzazione dei regimi assolutistici che soffocavano le libertà d’Italia e degli italiani in quegli anni, assunsero tuttavia connotazioni diverse da stato a stato e da città a città. Mentre a Napoli i rivoltosi ebbero come unica finalità la promulgazione della costituzione, a Torino l’insurrezione accolse tensioni e inquietudini anti-austriache, già manifestatesi in quella città, nel gennaio 1821, dai moti studenteschi soffocati nel sangue dalla stessa polizia sabauda. Per tale ragione questi ultimi moti videro come protagonista uno degli uomini simbolo del nostro Risorgimento come Santorre di Santarosa. Anche a Milano partecipò ai moti una componente patriottica e antiaustriaca guidata dal conte Federico Confalonieri, instradato, subito dopo il fallimento dell’insurrezione, nel carcere dello Spielberg, dove era già presente da alcuni mesi l’amico Silvio Pellico.

A partire dai primi anni trenta dell’Ottocento si impose come figura di primo piano Giuseppe Mazzini. Nato a Genova nel 1805, divenne membro della Carboneria nel 1830. La propria attività di ideologo e organizzatore lo costrinse a lasciare l’Italia nel 1831 per fuggire a Marsiglia, dove fondò la Giovine Italia, un movimento che raccoglieva le spinte patriottiche per la costituzione di uno stato unitario, da inserire in una più ampia prospettiva federale europea.

La condivisione del programma mazziniano portò Giuseppe Garibaldi, nato a Nizza nel 1807, a partecipare ai moti rivoluzionari in Piemonte del 1834, per il fallimento dei quali fu condannato a morte dal governo Sabaudo e costretto a fuggire in Sud America, dove partecipò ai moti rivoluzionari in Brasile ed Uruguay.

Le rivolte fallirono per la mancanza di coordinamento tra i congiurati e per l’assenza e indifferenza delle masse ai moti.

Il biennio delle riforme

Massimo d’Azeglio

Vincenzo Gioberti

Nel cosiddetto biennio delle riforme (18461848), a seguito del fallimento dei moti rivoluzionari mazziniani, prendono vigore progetti politici di liberali moderati, tra cui spiccano Massimo d’Azeglio, Vincenzo Gioberti e Balbo con “le speranze d’Italia” i quali, sentendo soprattutto la necessità di un mercato unitario come premessa essenziale per un competitivo sviluppo economico italiano, avanzano programmi riformisti per una futura unità italiana nella forma accentrata o federativa. Nasce così il movimento neoguelfo che riscuote successo presso l’opinione pubblica in coincidenza con l’elezione di papa Pio IX, ritenuto erroneamente un “liberale”.

Guerre di indipendenza e spedizione dei Mille

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Guerre di indipendenza italiane, Prima guerra di indipendenza italiana, Seconda guerra di indipendenza italiana, Spedizione dei Mille e Terza guerra di indipendenza italiana.

Gli anni 18471848 vedono lo sviluppo di vari movimenti rivoluzionari e furono segnati dalla decisione da parte del Regno di Sardegna di farsi promotore dell’unità italiana. Primo passo in tal senso fu la Prima Guerra d’Indipendenza, anti austriaca, scoppiata in occasione della rivolta delle Cinque giornate di Milano (1848). Tale guerra, condotta e persa da Carlo Alberto, si concluse con un sostanziale ritorno allo statu quo ante.

Nei dieci anni successivi alla sconfitta riprese vigore il movimento repubblicano mazziniano, favorito anche dal fallimento del programma federalista neoguelfo; i mazziniani promossero una serie d’insurrezioni, tutte fallite. Quelle che più impressionarono l’opinione pubblica italiana ed europea fu l’episodio dei martiri di Belfiore (1852), e la disastrosa spedizione di Sapri (1857), condotta all’insegna del credo mazziniano per il quale ciò che contava era più che il successo il “dare l’esempio” e conclusasi con la morte di Carlo Pisacane e dei suoi compagni, massacrati dai contadini. Fortemente impressionò la borghesia italiana anche la rivolta milanese del 6 febbraio 1853 che condotta con metodo mazziniano, fidando cioè in una spontanea partecipazione popolare e addirittura nell’ammutinamento dei soldati ungheresi dell’esercito austriaco, fallì miseramente nel sangue. Oltre che l’impreparazione e la superficiale organizzazione dei rivoltosi, operai d’ispirazione politica socialista, furono proprio i mazziniani, notoriamente in contrasto ideologico con Marx, a contribuire al fallimento non facendo loro pervenire le armi promesse e mantenendosi passivi al momento dell’insorgere della rivolta. Un pugno di uomini armati di pugnali e coltelli andarono così consapevolmente incontro al disastro in nome dei loro ideali patriottici e socialisti.[10]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Accordi di Plombieres.

Nel biennio 18591860, ci fu una nuova fase, decisiva per il processo d’unificazione italiano. Fu caratterizzata dall’alleanza tra la Francia di Napoleone III (anche se negli accordi di Plombieres non si prevedeva la completa unità italiana) e il Regno di Sardegna, decisiva per la vittoria nella Seconda Guerra d’Indipendenza contro l’Austria-Ungheria. Alla vittoria seguirono subito le annessioni al regno sabaudo di Toscana, Emilia e Romagna, che si erano nel frattempo liberate. Un primo abbozzo di stato italiano era ormai nato.

Ulteriore passo verso l’unità fu la Spedizione dei Mille garibaldina. Quest’ultima era formata da poco più di mille volontari provenienti in massima parte dalle regioni settentrionali e centrali d’Italia, appartenenti sia ai ceti medi che a quelli artigiani e operai; fu l’unica impresa risorgimentale a godere, almeno nella sua fase iniziale, di un deciso appoggio delle masse contadine siciliane, all’epoca in rivolta contro il governo borbonico e fiduciose nelle promesse di riscatto fatte loro da Garibaldi.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Spedizione dei Mille e Battaglia di Calatafimi.

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